Ad Istanbul per alcuni
giorni, cerco di trovare notizie su qualcosa di cui ho soltanto
sentito parlare, ma che non conosco quasi per niente: i Dervisci
Rotanti. Dopo un po' di ricerche càpito nel sito
"lesartsturcs.com"; rapido scambio di messaggi e
ci mettiamo d'accordo per il lunedì successivo. Arrivo in città,
conosco la "mente" del sito, Nurdogan, che mi dà alcune
notizie preliminari, in modo da evitare di giungere alla cerimonia del
tutto impreparato. L'ambiente in cui arriviamo è costituito di due
stanze; nell'altra un ampio numero di uomini canta e recita.
Alcuni sono vestiti all'occidentale, altri hanno vestito e turbante
bianchi; non si riesce a distinguere tutto perché la stanza è visibile
solo parzialmente. Ci sono fiati, tamburi, e due voci soliste; in mezzo
una telecamera. Nella stanza in cui ci troviamo ci sono circa venti
ospiti, per lo più donne; lo spazio per la cerimonia è diviso da una
balaustra.
Entrano nove figure con un mantello nero e dei lunghi copricapi beige:
sette sono i danzatori e due i Masters of Ceremony che -per così dire-
controllano la cerimonia. Alle 22:05 lasciano cadere i soprabiti scuri e
rimangono con una casacca bianca, opportunamente legata ad una delle
estremità, una fascia nera alla vita ed un'ampia gonna bianca sopra i
calzoni, anch'essi bianchi. Ad un cenno del MC iniziano a ruotare uno
dopo l'altro in senso antiorario, circa un giro al secondo, spostandosi
lentamente in cerchio. Dopo alcuni minuti il MC batte violentemente il
piede per terra e i sette si fermano, camminano per un po' e
poi ricominciano. Un poco alla volta il canto -e la rotazione- aumentano
di velocità; tengono una mano con la palma rivolta verso l'alto e
l'altra verso il basso. Sembra sia un modo per unire cielo e terra:
l'uomo, la persona, il derviscio si propone come collegamento e come
centro. Penso ad una sorta di misticismo antropocentrico in cui la
cerimonia della rotazione prende il posto delle preghiere e del
raccoglimento. L'occhio si rivolge alla stanza, alla balconata al
secondo piano delimitata da una grata: alcuni bambini guardano e giocano
con la madre. Al centro c'è un enorme lampadario più o meno
cilindrico. Poi l'attenzione ritorna alle sette figure le cui gonne
bianche si alzano per effetto della rotazione. Il processo fatto di
interruzioni e riprese continua diverse volte; ora il tamburo scandisce
il ritmo in modo incisivo, ora il flauto gestisce la ripresa.Quando la
velocità aumenta alcuni tra i sette appaiono stanchi, altri continuano
concentrati: sembrano librarsi su un perno. Credo sia comune
l'impressione che la forza centrifuga li spinga verso l'alto e che tra
un momento li vedremo levitare verso il lampadario.La gente nell'altra
stanza alterna canto e solisti, e inizia ad ondeggiare al
ritmo: l'onda invade la sala e si trasmette a noi che cominciamo a
seguirla a nostravolta.Ma dopo meno di mezz'ora la cosa si interrompe:
stasera devono pregare tutti insieme e tutto finisce. I sette si
fermano, si compattano, si inginocchiano e uno ricopre gli altri con i
mantelli neri. Quindi se ne vanno.Noi fuori a sommergere di domande il
povero Nurdogan che alternando francese e inglese spiega pazientemente
quello che sa. Poi la notte di Istanbul ci inghiotte. |